Fonte: Superando – di Giona Dagnese* –
«Per molte persone con disabilità – scrive Giona Dagnese – gli ausili sono esattamente “le scarpe più comode”, ciò che ci permette di stare abbastanza comodi per poter fare tutto il resto. Vorrei quindi un mondo antiabilista che ci insegnasse a pensare e a ri-pensare tutto ciò che pensavamo di sapere, dove gli ausili fossero finalmente uno strumento di libertà accessibile a tutti e tutte, per una vita in cui a guidarci siano i nostri desideri e non l’assenza di alternative».
Nel 2008 Steve Wilkinson, un blogger con disabilità, scelse il 1° marzo come data internazionale per il #WheelchairDay, poiché si accorse che ancora non ne esisteva uno. Venendo a conoscenza di questa ricorrenza, mi sono reso conto che tra le tantissime cose che do per scontate della mia vita c’è anche la carrozzina.
Nonostante troppo spesso ancora si dica che noi persone con disabilità siamo “costrette” sulla carrozzina, la verità è che per me è stato uno strumento di liberazione, che ho sognato per anni.
Quando alla mia famiglia è stato prospettato per me un futuro “seduto”, i miei genitori hanno deciso di impiegare tutte le proprie forze e i propri mezzi pur di poter disattendere questo pronostico, per loro infausto.
Conservo foto e video di esercizi che facevamo insieme: da terra fino a sedermi e da seduto fino ad alzarmi in piedi, fisioterapia, viaggi in centri internazionali con programmi di riabilitazione all’avanguardia. Per tutto questo, abbiamo anche rinunciato a qualche vacanza. E pian piano, quel sogno è diventato anche mio: imparare a camminare, come gli altri.
Eppure, proprio in quegli stessi luoghi in cui andavamo e sudavamo – bisogna dirlo, il sacrificio non è mai stato solo mio – nella speranza di smentire quel cattivo presagio iniziale, io ho imparato a conoscere nuovi mezzi: i bambini attorno a me erano sì seduti, ma si muovevano con molta meno fatica e, soprattutto, autonomamente.
Ho iniziato a invidiarli, come costretto alla fatica di una dieta durante una festa di compleanno: era “per il mio bene”, ma a me era sempre chiesto uno sforzo in più, tanto che mi dimenticavo di divertirmi. Se si trattava di tragitti abbastanza brevi, dovevo farli a piedi, frustrato dalla mia stanchezza. Se erano tragitti lunghi, si usava un passeggino, dentro al quale mi arrendevo a traiettorie che non potevo scegliere. Alle gambe avevo sempre dei grossi tutori ed enormi scarpe ortopediche (dunque orrende), costantemente consumate dal mio passo claudicante.
Per il primo decennio della mia vita, dunque, sono stato occupato a imparare a camminare. Poi ho capito: il mio reale desiderio era essere indipendente e per farlo, camminare non era necessario. Al contrario, in alcune circostanze complicava le cose.
Si è cercato di fare di tutto perché “non finissi costretto su una carrozzina”, eppure, appena mi ci sono seduto per la prima volta, ho smesso di esserlo. Ho smesso di essere costretto a chiedere alle persone di sostenermi, di fare le cose al mio posto, di prendere le cose al mio posto, costretto a rinunciare, a concentrarmi solo a camminare.
Viviamo in un’epoca che celebra la performance. Ci viene ripetuto continuamente che per ottenere qualcosa bisogna uscire dalla propria comfort zone: spingersi oltre, mettersi alla prova.
Ma poter stare comodi, stare a proprio agio, non è un limite, è la base: la condizione che rende possibile fare le cose. Pensiamo alle scarpe: se decidi di scalare l’Everest stai decisamente uscendo dalla tua comfort zone, ma per farlo hai bisogno di scarpe comode e affidabili.
Per molte persone con disabilità gli ausili sono esattamente questo: le nostre scarpe più comode. Sono ciò che ci permette di stare abbastanza comodi per poter fare tutto il resto. Eppure per molti di noi è ancora così: sogniamo degli ausili che ci permettano di immaginare una vita diversa.
Per questo, vorrei tanto un mondo antiabilista che ci insegnasse a pensare e a ri-pensare tutto ciò che pensavamo di sapere, dove gli ausili fossero finalmente uno strumento di libertà accessibile a tutti e tutte, per una vita in cui a guidarci siano i nostri desideri e non l’assenza di alternative.
*Giona Dagnese, 24 anni, è un attivista per i diritti delle persone disabili e transgender. Attraverso testimonianze personali e attività divulgativa, promuove una narrazione della disabilità centrata sull’autonomia, sulla libertà di scelta e sul superamento degli stereotipi. Il presente contributo è già apparso in «Persone con disabilità.it» e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
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